Emergenza ospedali: servono più medici specializzati

Si parla ormai quotidianamente dell’urgenza di implementare il personale sanitario negli ospedali del Paese ed in particolare della Regione Lazio. Un’emergenza della quale si è discusso più volte nel corso dei mesi passati, pronta ad esplodere nella stagione estiva, è proprio quella della carenza di medici in ospedali e pronto soccorso. Un’emergenza presente da tempo ma che si aggraverà in estate con le ferie del personale.
A mio avviso lascia il tempo che trova l’ipotesi di inviare (come in Molise) medici militari per far fronte alla carenza di personale sanitario negli ospedali. Mi auguro che con l’approvazione del Decreto Calabria si proceda al potenziamento del personale sanitario anche nelle Regioni in piano di rientro come il Lazio, oltre a favorire l’ingresso degli specializzandi agli ultimi anni.
Nel cosiddetto ‘Decreto Calabria’ è infatti inserita la revisione dei tetti di spesa per le assunzioni in tutto il servizio sanitario nazionale, che non potrà superare il valore della spesa sostenuta nel 2018, o, se superiore, il valore della spesa prevista dalla legge del 2009, con importi incrementati annualmente, a livello regionale, del 5 per cento del Fondo sanitario regionale rispetto all’esercizio precedente.
Ma non basta. Nei prossimi anni mancheranno specialisti ed urge aumentare il loro numero, attualmente esiguo. Vi è già da tempo una grave carenza di alcune figure mediche importanti. Penso agli anestesisti, ai ginecologi, ai pediatri, ai cardiologi, come pure agli ortopedici, ai geriatri e ai medici di medicina d’urgenza. La mancanza di specialisti sta determinando in molti ospedali seri problemi di funzionamento, nei grandi centri urbani come pure nelle piccole realtà di provincia, dove c’è il rischio reale di chiudere servizi. Proprio per questo motivo occorre assolutamente aumentare i contratti di specializzazione tenendo conto del reale fabbisogno di specialisti nei prossimi anni. Nel 2028, secondo una stima del sindacato dei medici dirigenti Anaao, per effetto dei pensionamenti spariranno infatti oltre 47mila specialisti. Urgono perciò soluzioni ed in tempi brevi. Naturalmente penso sia urgente intervenire anche sul sistema di reclutamento e a quello concorsuale. Ribadisco l’opportunità che si superi, per ciò che concerne soprattutto i servizi infermieristici e sanitari, la cosiddetta ‘esternalizzazione’, attraverso la prosecuzione e l’incremento dei concorsi pubblici nelle aziende sanitarie per l’assunzione a tempo indeterminato delle figure necessarie all’assistenza e la cura delle persone. In tal senso è fondamentale uniformare i comportamenti delle varie Asl laziali. Prendendo come possibile modello di riferimento il ‘mega concorso’ del Sant’Andrea, dove non è stata necessaria la prova di preselezione e si è passati direttamente per la fase concorsuale.
Sul piano strutturale è però necessario rivalutare l’importanza della sanità territoriale, perchè gli ospedali non devono essere l’unico riferimento per i cittadini. Nel Lazio soprattutto occorre però ripensare ad un nuovo modello di sanità in grado di privilegiare l’offerta territoriale. I Punti di primo intervento per esempio, rappresentano dei presidi fondamentali, nell’erogazione di servizi di emergenza urgenza e nello svolgere il ruolo di catalizzatori di migliaia di utenze che in loro assenza andrebbero ulteriormente ad intasare i Pronto Soccorso degli ospedali. Non possiamo agire senza tenere in considerazione il fatto che senza una valida alternativa chiudere i Ppi significherebbe solo depotenziare ulteriormente la già fragile rete assistenziale territoriale. Bisogna a mio parere, rimodulare la programmazione dell’assistenza sanitaria territoriale garantendo ai pazienti servizi efficaci ed efficienti, colmando le lacune accumulate in questi anni e potenziando le strutture territoriali che rappresentano, come nel caso dei Punti di primo intervento, la cerniera indispensabile tra l’ospedale e la gestione della emergenza.

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